Passa al contenuto principale

Tag: ricerca oncologica

le nuove frontiere delle cure con linfociti

Linfociti e cancro metastatico al seno: la storia di Judy

Judy Perkins, oggi 55 anni, è la prima donna “guarita” da cancro al seno metastatico con l’immunoterapia: infatti grazie all’uso di linfociti infiltranti, il cancro da cui era affetta, è scomparso ormai da 5 anni.

Lo studio avviato nel 2018 è stato pubblicato sulla rivista Nature Medicine, sotto il controllo del National Cancer Institute e conferma quanto l’immunoterapia possa essere la reale possibilità nella cura di certi tipi di cancro.

Immunoterapia: i linfociti stimolano il sistema immunitario


Si parla sempre più spesso, infatti, di immunoterapia e le buone notizie arrivano dall’America, dove per la prima volta una donna affetta da una grave forma di tumore metastatico, ormai definita dai medici in fase off-therapy, è stata curata mediante i suoi linfociti.
 
La ricerca è basata sull’individuare le mutazioni tumorali riconosciute dal sistema immunitario.
Il nuovo approccio prende in considerazione le mutazioni e non il singolo tumore, così da essere applicato anche ad altre forme di neoplasie.
La strategia terapeutica si basa sul trasferimento adottivo di cellule T (Adoptive Cell Trasfer), precedentemente utilizzata con successo nel melanoma.

Linfociti infiltranti il tumore: come si ottengono?

I malati di cancro possiedono cellule T in grado di combattere le cellule tumorali, ma può accadere che non siano numericamente forti.
Dal caso di Judy, i ricercatori sono giunti alla conclusione che osservando il sistema immunitario fosse possibile identificare le cellule capaci di riconoscere il tumore.

In particolare, i linfociti infiltranti sono prelevati dal sangue del paziente e fatti replicare miliardi di volte in laboratorio e poi rinfusi nel corpo del malato.

Nel frattempo, la persona affetta da cancro è sottoposta a trattamento di riduzione dei linfociti restanti e a terapia con pembrolizumab per non rischiare l’inattività delle cellule reinfuse.

Cosa hanno fatto i ricercatori con i linfociti di Judy?

Nel caso di Judy Perkins, i ricercatori, sequenziando il DNA e l’RNA del tessuto malato e sano della paziente, hanno individuato ben 62 diverse mutazioni nel tessuto tumorale.

In seguito, sono stati selezionati e testati i linfociti infiltranti TIL della paziente.
Tra di essi sono stati individuati quelli in grado di riconoscere la versione mutata di 4 proteine, prelevati e sottoposti a espansione per essere reimmessi nel corpo della donna.

Oggi Judy è viva, conduce una vita sana, svolge controlli annuali ed è in attesa del traguardo dei 10 anni, i medici le hanno detto che la “libereranno” dopo questa data.

In conclusione, l’immunoterapia e l’attivivazione della risposta del sistema immunitario appare come una possibilità concreta nel controllare e curare diverse forme di neoplasie.

come la chiururgia conservativa milgiora la vita delle malate

Chirurgia conservativa: gli effetti positivi sulla vita della donna

La chirurgia conservativa influenza positivamente la qualità di vita delle donne malate di cancro ed è efficace in termini di sopravvivenza e guarigione.

Secondo i risultati della ricerca del Brigham and Women’s Hospital di Boston pubblicati sulla rivista JAMA Surgery, la tipologia di intervento scelta dalle donne giovani affette da cancro al seno influenza la loro qualità di vita.

Mastectomia e reazioni del sistema immunitario

Sulla prestigiosa rivista scientifica The Breast è stato pubblicato un articolo che conferma quanto dimostrato dalla ricerca di Boston. Inoltre, i luminari avanzano l’ipotesi che grazie alla radio post operatoria e alla migliore reazione del sistema immunitario, la chirurgia conservativa conduca anche a una riduzione della mortalità.

Nonostante negli Stati Uniti la mastectomia sia praticata soprattutto sulle donne giovani, i dati dimostrano come le donne percepiscano un peggioramento della qualità di vita successivo a interventi di mastectomia laterale o unilaterale.
Le pazienti sono meno stressate di fronte a interventi per la sola rimozione del tessuto malato o delle aree adiacenti il cancro.

La chirurgia conservativa mammella in Italia

Il Breast-Q, cioè un questionario con domande inerenti la qualità di vita, è stato sottoposto a 560 donne con un’età inferiore ai 40 anni, malate di cancro a diversi livelli.

Il campione è rappresentativo di donne con mastectomia bilaterale, unilaterale e conservativa con conseguente ciclo di radioterapia.

L’asportazione totale del seno è vista negativamente e produce effetti sull’attività fisica, le relazioni sessuali e la ricostruzione del seno post guarigione.

Per fortuna in Europa e in Italia la situazione è ben diversa: se negli Stati Uniti sono praticate due mastectomie ogni 5 casi diagnosticati, in Europa gli interventi drastici si dimezzano e in Italia ancora di più.
Perché questa differenza? In America variabili mediche ed economiche incidono sulle scelte oncologiche, i medici cercano di limitare i danni causati da possibili azioni legali in caso di recidive.

Oncoplastica: la nuova frontiera della lotta al cancro



In Italia assistiamo negli ultimi anni a un incremento delle tecniche di chirurgia conservativa, basti pensare che nei Centri Senologici circa l’80% dei trattamenti mira ad asportare contemporaneamente la neoplasia e salvaguardare l’estetica del seno.

Le nuove procedure oncoplastiche, coniugano l’oncologia alla chirurgia estetica, ottenendo ottimi risultati sia di guarigione sia estetici.
Gli interventi richiedono una pianificazione dettagliata dalla localizzazione del tumore alle caratteristiche della ghiandola mammaria coinvolta.

I risultati della ricerca di Boston confermano la positività di questo trend di cura, in quanto, almeno in Italia, solo una residua percentuale di donne è ancora sottoposta alla chirurgia demolitiva.

Per approfondire, leggi anche:

esistono diversi tipi di tumore alla mammella

Tumore alla mammella: in situ o infiltrante

Genericamente parliamo di tumore alla mammella, ma in realtà ne esistono di diversi a seconda della morfologia, biologia e risposte terapiche.
Dal punto di vista morfologico o istologico è possibile distinguere le cellule che originano la neoplasia: a seconda, cioè, che si tratti delle cellule dei lobuli o dei dotti lattiferi, il carcinoma è duttale, quello più frequente, o lobulare.
Lo sviluppo della maggior parte dei tipi di tumore al seno è determinato dagli ormoni estrogeni e progestinici prodotti dall’ovaio, che influenzano le cellule tumorali attraverso i recettori.
Inoltre, a seconda della capacità di coinvolgere altri tessuti, il tumore è in situ, quando non è invasivo mentre è definito infiltrante quando è invasivo e pericoloso.

Il carcinoma alla mammella in situ

In situ, dal latino “sul posto”, significa che il tumore è contenuto negli spazi ghiandolari, duttali o lobulari e quindi non ha prodotto metastasi in altre parti del corpo.
In particolare il tumore duttale in situ, anche detto intraduttale, può essere di grado basso, intermedio o alto.
Le atipie cellulari sono graduate al microscopio e in genere nell’intraduttale a basso grado c’è una minore possibilità di recidive e ciò influenza anche le relative terapie prescritte.
C’è da precisare che il carcinoma duttale in situ è curabile, ma prevede l’asportazione della lesione che può recidivare e l’entità dell’asportazione dipende dai margini, valutati dallo specialista anatomopatologo.
Nel caso del lobulare in situ parliamo di una lesione pre-neoplastica multicentrica che spesso non viene curata con l’intervento chirurgico, ma con monitoraggi costanti della sua evoluzione.

La stadiazione per i tumori infiltranti

Quando il cancro è definito infiltrante e quindi invasivo si procede alla valutazione attraverso stadiazione degli organi circostanti, in primis le ghiandole ascellari.
La prognosi e la terapia dipendono dall’estensione del tumore dalla mammella ad altri organi con metastasi, tra questi i più importanti sono i linfonodi ascellari che vengono asportati in parte come sentinella o totalmente.L’anatomopatologo interviene con procedure standard per misurare il tumore infiltrante e i rapporti con gli organi vicini; l’assenza o la presenza di metastasi classificate secondo codici ben precisi utilizzati poi per la diagnosi.
Un indicatore importante è l’indice proliferativo, che esprime la crescita delle cellule tumorali in percentuali: più il numero è elevato, maggiore è la proliferazione.

Il quadro è piuttosto complesso e determinato da diverse variabili, che condizionano l’evoluzione e la prognosi della malattia.

quali sono i numeri del cancro nel 2021

Cancro, nel 2021 calano i decessi

Lo scorso 20 Ottobre è stato presentato presso l’Istituto superiore di Sanità il volume I numeri del cancro in Italia 2021, che raccoglie i dati forniti da Aiom-Airtum.

Nella lettura dei dati non possiamo prescindere dal fatto che il volume è stato redatto durante la pandemia e che i risvolti sono stati evidenti anche sul progetto editoriale.

I dati del 2021

In Italia nel 2021 i tumori sono la causa di morte per 100.200 uomini e 81.100 donne.
Nel periodo tra il 2015 e il 2021, si riscontra una diminuzione di circa il 10% per gli uomini e l’8% circa per le donne.
Nella popolazione maschile rimane stabile l’incidenza del tumore al pancreas, mentre in quella femminile è ferma la mortalità per tumore ovarico e alla vescica e in aumento la percentuale di donne affette da tumore al polmone (+ 5%).
La percentuale di sopravvivenza a 5 anni è in incremento per tutti i tipi di tumore e in sette sedi tumorali negli uomini e 8 nelle donne le sopravvivenze si attestano su percentuali che in alcuni casi sfiorano il 90%.
In generale, la malattia con più alta prevalenza negli uomini è il tumore al pancreas, nelle donne il tumore alla mammella.

La pandemia: come ha influenzato i dati del report



Nell’analisi dei dati la pandemia ancora in atto ha influenzato i risultati in due modi: da un lato i servizi sanitari sono apparsi, almeno nel primo periodo, disorganizzati e ciò ha prodotto un ritardo nell’accesso alle cure e ai programmi di screening dei malati oncologici.
Dall’altro la riduzione della mortalità potrebbe essere legata al fatto che alcuni malati di cancro siano deceduti a causa del Covid  e in altri casi è stata propria la debolezza fisica indotta dal tumore a esporre il paziente al rischio Covid.

I numeri del cancro in Italia 2021 confermano quanto sia necessaria la prevenzione e che le cure, sempre più personalizzate e frutto di un approccio multidisciplinare sono sempre più performanti per la salute del paziente.

La paleontologia dimostra che anche gli uomini delle caverne si ammalavano di tumore maligno

Trovato in Sudafrica il primo tumore maligno su un ominide

Secondo le ricerche dell’archeologia e della paleontologia il cancro, inteso come tumore maligno, ha origine antiche.
Infatti, il primo tumore maligno in un ominide è datato 1,6- 1,8 milioni di anni fa.
I risultati sono sbalorditivi se consideriamo il fatto che il cancro è una malattia spesso riconducibile alla modernità, ai cambiamenti nello stile di vita e all’incisivo intervento dell’uomo sull’ambiente

Il primo tumore maligno ha origine in Sudafrica

La ricerca, pubblicata sulla rivista South African Journal of Science, è stata condotta con l’ausilio delle più moderne tecnologie su fossili rinvenuti a Swartkrans, presso Johannesburg.
La diagnosi effettuata grazie all’utilizzo di una microtomografia a raggi X, che ha permesso di avere immagini a due e tre dimensioni del piccolo campione fossile, ha accertato la presenza di un osteosarcoma maligno del piede nell’ominide.
La novità della ricerca sudafricana sta nel fatto di aver attestato la presenza di un tumore maligno da un fossile così antico.

Perché il cancro dovrebbe avere origini antiche?

Nonostante le cause sui tumori siano tutt’ora incerte, ci sono alcuni fattori che accomunano l’uomo moderno all’uomo dell’antichità.
Per esempio i fattori endogeni, ovvero le mutazioni cellulari che si verificano nel nostro corpo e in quello degli antenati.
L’unica differenza risiede nell’aspettativa di vita dei primordi, molto più bassa rispetto alla nostra.

Altre variabili che possono aver determinato la presenza di tumori anche tra gli uomini delle caverne sono la radioattività naturale della terra o alcuni inquinanti cancerogeni prodotti dalle eruzioni e dagli incendi.
Pensiamo poi ai virus come l’epatite o il papilloma. Perché pensare che i primi uomini ne fossero esenti?

La difficoltà è legata più a una definizione del cancro, infatti si deve aspettare la fine del XVIII secolo per avere la prima descrizione anatomicamente valida dei tumori maligni.
Inoltre, i tessuti molli e gli organi sono conservabili dopo la morte solo con un processo di mummificazione, comune solo ad alcuni popoli.
I tumori di cui abbiamo testimonianza sono ossei, proprio per il migliore stato di conservazione.

Fattori moderni e cancro

Ovviamente se parliamo di fumo, di obesità, di esposizione prolungata a gas tossici industriali, di alcool facciamo riferimento a cause che rientrano a pieno titolo nella nostra contemporaneità.
Secondo l’American Institute for Cancer Reserch 1 tumore su 3 è legato alla cattiva alimentazione e all’obesità.
Anche l’inquinamento ambientale e l’esposizione all’amianto o a metalli pesanti sono da inserire tra le cause del tumore in chiave moderna.
Così come il cancro occupazionale relativamente recente, infattti, il primo caso noto risale al 1775 con il tumore ai testicoli (carcinoma a cellule squamose) degli spazzacamini inglesi.


sequenziamento nella ricerca

Sequenziamento Nanopore e decorso tumorale

Il sequenziamento di terza generazione rappresenta un metodo innovativo per il monitoraggio dei pazienti oncologici e l’analisi del genoma tumorale.



Lo studio messo a punto da ricercatori dell’Istituto di fisiologia clinica del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Ifc), dell’Istituto per lo studio, la prevenzione e la rete oncologica (Ispro), dell’Università di Pisa (Unipi), dell’Università di Firenze (Unifi) e dell’Azienda ospedaliero universitaria pisana (Aoup) vuole dimostrare come poche gocce di sangue siano sufficienti per monitorare il decorso della malattia.
Quindi con un semplice prelievo ematico è possibile monitorare le alterazioni del Dna nei pazienti oncologici e, addirittura, predire l’evoluzione che avrà il tumore in una persona piuttosto che in un’altra.

I risultati della ricerca sono stati pubblicati sulla rivista Molecular Cancer.


Metodologie a confronto


La nuova metodologia, basata sul sequenziamento di terza generazione, si inserisce nel filone della biopsia liquida, ovvero la predizione del decorso della malattia attraverso i biomarcatori presenti nel sangue.
Le analisi basate sul sequenziamento del Dna cell-free, eseguite con sequenziatori di seconda generazione, sono estremamente efficaci, ma non sempre accessibili anche a causa dei costi di strumentazione.
Le piattaforme di sequenziamento di terza generazione, come i sequenziatori Nanopore, sono più economiche.

La tecnologia Nanopore applicata alla ricerca contro il cancro

Nella ricerca si parte dal prelievo di sangue per individuare il DNA danneggiato, caratterizzato da frammenti piccoli, derivati dalla morte delle cellule sane e, nei pazienti oncologici, dalla morte di quelle tumorali.
La frazione varia a seconda dello stato del tumore: è limitata nei primari e dopo la terapia e aumenta nei tumori metastatici.
Il DNA purificato dal plasma dei pazienti è sequenziato attraverso tecnologia Nanopore.
Nel sequenziamento Nanopore i frammenti di DNA sono spinti mediante nono-pori su una membrana: il passaggio delle basi che compongono il DNA (Adenina, Citosina, Guanina, Timina) attraverso il poro induce un’alterazione del segnale elettrico che viene poi decodificato per ottenere la sequenza dei diversi frammenti. La sequenza dei frammenti permette di localizzarli sul genoma, l’insieme di tutta l’informazione genetica, e contarne il numero in ogni singolo punto.
La profilazione del tumore, in un’ottica di medicina personalizzata, permette di adottare la strategia terapeutica più adatta.

Il progetto è quello di applicare questa tecnologia di ricerca anche nei centri più piccoli a livello clinico.

ricerca

Menarca precoce e menopausa tardiva tra le cause del tumore al seno


Una recente ricerca dell’Università di Oxford, pubblicata sulla rivista The Lancet Oncology, conferma il rapporto tra il menarca precoce, la menopausa tardiva e lo sviluppo del tumore al seno.
In poche parole, più lunga è l’eta riproduttiva della donna, più cresce la predispozione alla patologia.
Il legame tra la durata dell’età riproduttiva della donna e la comparsa del tumore al seno è ampiamente dimostrato.

La ricerca ha raccolto i dati confrontando 120mila pazienti con tumore al seno con 300mila donne sane.
A incidere sulla frequenza della malattia sono gli ormoni femminili, infatti a mediare tra l’aumento del rischio e la durata del periodo fertile è l’esposizione agli ormoni steroidei prodotti dalle ovaie, che agiscono direttamente sullo sviluppo e la funzione della mammella.
Infatti, il ciclo prococe stimolando eccessivamente la ghiandola mammaria in un periodo critico e di sviluppo della stessa, esporrebbe la donna a un rischio maggiore.

La ricerca, inoltre, conferma che la comparsa precoce del ciclo possa influenzare lo sviluppo del tumore lobulare, più che del duttale.
Il primo è più difficile da diagnosticare e ha una maggiore propensione alle recidive in anni successivi.
Cosa fare?
La prevenzione rimane l’arma più potente nelle mani di una donna, fare visite specifiche per fasce d’età e intensificare i controlli dopo i 40 anni.
Difatti, il rischio di ammalarsi di carcinoma della mammella aumenta con il progredire dell’età fino alla menopausa (50-55anni) per rallentare dopo.
Tale andamento è correlabile al progressivo stimolo proliferativo che gli ormoni femminili (estrogeni) esercitano sull’epitelio mammario oltre alla copertura dei programmi di screening.
Inoltre, adottare uno stile di vita sano, praticare attività aerobica regolare ed eliminare le cattive abitudini, come il fumo, sono le scelte giuste per preservare la propria salute.






Farmacovigilanza, reazioni avverse e segnalazioni

La farmacovigilanza è lo strumento necessario per tutelare la salute del cittadino e monitorare la sicurezza d’uso dei medicinali che vengono messi in commercio.
Quindi è l’insieme delle attività volte a valutare, identificare e prevenire gli effetti avversi dell’uso dei medicinali.
Nessun farmaco può ritenersi sicuro, se i rischi dell’assunzione sono maggiori dei benefici.

Farmacovigilanza: reazioni avverse dei farmaci

Le reazioni avverse sono catalogate utilizzando le lettere dell’alfabeto a, b, c, d, e, f.
Le reazioni di tipo A sono farmaco dipendenti e possono essere risolte diminuendo il dosaggio o sospendendo l’uso del farmaco; quelle di tipo B, sono imprevedibili, inaspettate e ascrivibili alle condizioni del paziente.
Molto spesso di origine allergica.
Le reazioni di tipo C, sono croniche e si manifestano dopo molto tempo, lo stesso discorso è valido per quelle di tipo D, che addirittura producono conseguenze spesso irreversibili.
Infine parliamo delle reazioni E e F, le prime compaiono dopo la sospensione della cura e le seconde sono imputabili al fallimento della terapia e alla compresenza di altri farmaci.
Proprio per queste motivazioni si è resa necessaria una rete di vigilanza sui farmaci, che coinvolgesse tutti, dal cittadino all’operatore sanitario.

Quali sono gli obiettivi dei controlli?

Le attività di farmacovigilanza hanno lo scopo di:
Prevenire le reazioni avverse in seguito all’uso non conforme o all’abuso dei medicinali
correggere gli errori terapeutici dovuti alla prescrizione del farmaco con reazioni avverse
-promuovere la sicurezza e l’efficacia di tutti i medicinali in commercio, fornendo informazioni tempestive sia ai pazienti che agli operatori sanitari.

In Italia l’AIFA (Agenzia Italiana del Farmaco) si occupa, in linea con le direttive europee, di monitorare i dati sui farmaci.
Il costante controllo è eseguito dalla Rete Nazionale di Farmacovigilanza, costituita dall’AIFA e dai responsabili designati in ogni struttura sanitaria e azienda farmaceutica.
Inoltre periodicamente i dati vengono comunicati alla Banca dati Europea- EudraVigilace– gestita dall’EMA per il monitoraggio delle reazioni avverse sia dei farmaci in commercio che di quelli oggetto di studi trial clinici.
Il sistema RAM consente di registrare tutte le segnalazioni avverse dall’anno 2002.
La ricerca può essere effettuata per nome del medicinale o per principio attivo.

Come segnalare reazioni avverse?

La normativa italiana stabilisce limiti temporali, incentivando segnalazioni tempestive.
Le reazioni avverse devono essere comunicate entro due giorni dal momento in cui il medico o l’operatore sanitario ne vengono a conoscenza.
Problemi con farmaci biologici e vaccini vanno comunicati entro le 36 ore.
Se un cittadino desidera fare una segnalazione può compilare una scheda apposita e inviarla al Responsabile di farmacovigilanza, può segnalare il problema online sul sito VigiFarmaco o chiedere informazioni al medico o al farmacista di fiducia.

Le segnalazioni di medici, operatori sanitari o semplici cittadini permettono un monitoraggio continuo e l’immissione sul mercato di farmaci sempre più efficaci e sicuri.

Il tumore nella paziente anziana, una cura da migliorare

Il tumore al seno nella paziente anziana è un argomento ancora tutto da affrontare e richiede un’analisi dettagliata dei dati scientifici e del contesto socio-culturale di riferimento.

Ogni anno il tumore al seno colpisce oltre 17mila donne con età superiore ai 70 anni.
Il problema è ancora più rilevante se prendiamo in considerazione le recidive, ovvero quei casi in cui la malattia si ripresenta una seconda volta in età avanzata.

Nelle over 70 spesso parliamo di sotto trattamento, causato dalla mancanza di studi clinici e dal difficile inquadramento della salute della paziente.
Così i medici hanno a disposizione pochi dati sui quali stabilire l’efficacia e la sicurezza delle terapie.

Le cure nella paziente anziana

Quando parliamo di paziente anziana o over 70 facciamo riferimento a un insieme eterogeneo, da un lato identifichiamo una donna indipendente, attiva e impegnata, dall’altro una persona fragile che soffre contemporaneamente di altre patologie.
Nelle pazienti con condizione di salute già precaria sottoposte a interventi chirurgici, infatti, si registra un aumento del tasso di mortalità.
La chirurgia inoltre, può avere conseguenze negative sulla qualità di vita delle over 70 e limitare lo svolgimento delle attività quotidiane.

Quindi si rende necessario stabilire percorsi di diagnosi e cura personalizzati, che non prevedano solo il ricorso all’intervento chirurgico, ma facciano affidamento su terapie alternative.
Molti studi recenti hanno dimostrato che le cure funzionano anche in queste fasce di età e che allungano la vita e ne migliorano la qualità. A patto che il programma terapeutico tenga in considerazione anche gli elementi che caratterizzano la salute e la malattia della terza età, comprese le condizioni sociali, familiari ed emotive della paziente.

Nella cura oncologica della paziente anziana si rendono necessari l’implementazione della ricerca e un approccio multidisciplinare finalizzato alla risoluzione o al controllo di tutte quelle patologie proprie dell’età avanzata.