Tumore: quanto tempo mi resta?
Quali sono le domande più diffuse tra i pazienti oncologici?
Ricevuta la diagnosi di cancro, pazienti e familiari sono catapultati in un’altra dimensione, quella dove bisogna cominciare subito le cure per sopravvivere e allo stesso tempo godersi ogni momento come se fosse l’ultimo.
La malattia mette inevitabilmente il malato e le persone care, i cosiddetti caregiver, di fronte alla paura della morte e al dubbio costante sul tempo rimasto da vivere.
Nonostante chi riceve una diagnosi di cancro, dopo il primo naturale momento di sconforto e buio totale, dichiara di sviluppare un nuovo modo di vivere la vita, di arrabbiarsi di meno per quelle cose che fino a qualche tempo prima sembravano di vitale importanza, molte sono le domande che accompagnano non solo durante i trattamenti, ma anche nella fase del follow-up.
Ecco le domande più diffuse alle quale gli oncologi rispondono.
Cosa significa “vivere a 5 anni dalla diagnosi”?
I 5 anni dalla diagnosi sono uno degli indicatori utilizzati dai medici per valutare i dati epidemiologici, nei primi anni i controlli sono molto ravvicinati, per poi dilatarsi nel tempo.
Se in questo periodo non sono manifeste recidive o metastasi, per molti tipi di tumore, il paziente si avvia alla guarigione.
Secondo l’AIRC, nel 2020 per quanto riguarda la sopravvivenza dei tumori in Italia, il 65% ha ricevuto una diagnosi da più di 5 anni, il 39% da oltre 10 anni.
In generale la sopravvivenza dopo 5 anni dalla diagnosi è aumentata per alcuni tipi di tumore, come quello al seno e della prostata.
È vero, nel nostro paese il cancro rimane la prima causa di morte, ma coloro che sopravvivono a 5 anni dalla diagnosi, in molti casi come testicolo, tiroide, ma anche melanoma, linfomi di Hodgkin e, in misura minore, colon-retto, hanno la stessa prospettiva di vita del resto della popolazione.
Cosa succede, quindi, dopo i primi 5 anni dalla diagnosi?
Come anticipato, dopo i primi 5 anni i controlli si diradano. In questa fase è fondamentale non solo essere seguiti da un oncologo, ma anche da uno psicologo e affidarsi al proprio medico di base, per identificare subito eventuali segni di possibili recidive e migliorare alcuni sintomi lascito delle cure oncologiche.
In una visione olistica, le cure per chi è stato affetto dal cancro sono parte integrante del percorso che parte dalla diagnosi, ma accompagna la persona per tutta la vita, coinvolgendo anche chi si è preso e si prende cura di lui/lei.
Quando ci si può considerare guariti?
Questa è una domanda alla quale, purtroppo, nessuno può rispondere con certezza. Il paziente è guarito quando le probabilità di morire a causa del tumore sono nulle e la prospettiva di vita è la stessa di chi non ha sofferto di neoplasie.
Il tempo dipende però da molte variabili, in primis dal tipo di cancro. Per esempio, serve meno di 1 anno per cancro alla tiroide o ai testicoli, meno di 10 per quello alla cervice uterina e in casi di tumore al seno, prostata o vescica, il rischio che la malattia si ripresenti resta fino a 15 anni.
Tutti i tumori possono provocare metastasi?
La capacità di sviluppare metastasi è l’elemento che contraddistingue un tumore maligno da uno benigno.
Lo sviluppo delle metastasi dipende da molte variabili, legate alla malattia, all’organo coinvolto e alla vicinanza di vie per la disseminazione, come il sangue e i vasi linfatici.
La capacità di colonizzare altri organi varia da neoplasia a neoplasia.
Perché un tumore ritorna?
Una delle domande più diffuse. In alcuni casi, nonostante uno o più cicli di trattamento, il tumore può ripresentarsi. Questa ricomparsa, detta recidiva, avviene nello stesso luogo in cui si è verificata la malattia la prima volta, ed è causata dal fatto che alcune cellule maligne, rimaste in uno stato quiescente, hanno resistito alla chirurgia e ai trattamenti radio- e chemioterapici. Nel caso in cui il tumore si sviluppi in una nuova parte del corpo, si parla invece di metastasi o tumori secondari. In tal caso alcune cellule cancerose si diffondono nell’organismo.
In conclusione, il cancro è oggi, grazie agli screening precoci e alle conquiste scientifiche con terapie sempre più mirate, come la terapia ormonale, l’immunoterapia e la terapia genica, una malattia che se non può essere eliminata del tutto, può essere cronicizzata, permettendo al paziente di convivere con la malattia, mantenendo buoni standard di vita.
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